VIV'ARTE

Associazione Culturale
giovedì, 05 novembre 2009

Ben Rosenbaum in Florence

BEN ROSENBAUM IN FLORENCE

Per tutti i fortunati uomini che abitino a Firenze e dintorni, o che non temano le distanze, segnaliamo questa notizia inviataci dal grande Ben in persona.



Scrivere fantascienza:
Incontro con Benjamin Rosenbaum
Dipartimento di Filologia Moderna - Dottorato in Anglistica e Americanistica
Friday, November 6th
11am -1pm
aula 3, via degli Alfani 56
Florence, Italy
Come si fa a perdersi un'occasione fantastica come questa? Mr. Rosenbaum è uno scrittore di talento raro dotato di grande senso dell'ironia e della comunicazione. Amanti della SF o della scrittura creativa, tatuatevi questo appuntamento e correte a Firenze.
Il teletrasporto pure va bene, ma mi raccomando, non sbagliate le coordinate temporali.
Sincronizziamo gli orologi?

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mercoledì, 04 novembre 2009

INTERVISTE-STARNUTO # 16 - Quattro domande a Massimo Citi

INTERVISTE-STARNUTO # 16 - Quattro domande a massimo citi
 
citisan

NOMEN OMEN
 
Facciamo un esperimento di onomanzìa: provate a trascrivere City, il titolo di uno dei più famosi libri di Clifford Simak, sostituendo la greca ipsilon con una italica “i”.Ebbene,otterrete il cognome di uno scrittore di fantascienza tra i più personali e interessanti del nostro paese, ovvero (Massimo) Citi.
La predestinazione esiste, sembrerebbe. E’ possibile quindi che dopo gli astri anche i nomi siano piccole costellazioni, tese a indirizzarci la vita?
Per verificarlo dovremmo scoprire se ci sia da qualche parte dello stivale un signor “Sciannàra” che si dedichi Fantasy con buona pace di Terry Brooks e della sua spada, oppure un orrorifico “Mìseri” degno di Stephen King.
Non lo sapremo mai, di certo quel che ci interessa è che il bresciano Massimo Citi abbia tenuto fede al suo nome e che sia cresciuto divorando pagine e pagine di sf, per diventare libraio di trincea, scrittore e infine editore di narrativa ad alto tasso immaginativo.
Non è facile condensare in poche righe gli anni di passione per la letteratura condensati in “cotanto omo”, anche perché se lo lasciassimo fare a lui, con l’autoironia che lo contraddistingue si smonterebbe trasformandosi in Dresda dopo il bombardamento alleato.
Massimo ha una storia davvero sostanziosa alle spalle, fitta di iniziative per la difesa dell’editoria di qualità. Dall’attivismo culturale col movimento I librivendoli, alla fondazione di CS_libri, culladi riviste letterarie (LN – LibriNuovi), antologie (l’annuale Fata Morgana e i volumi del progetto Alia ) e collane come Nobile & Disperata, che ha ospitato narrativa, poesia e la sua prima raccolta In controtempo.
Tutto ciò abbozza appena un ritratto dell’editore Citi, affiancato dalla moglie Silvia Treves e da altri validissimi soci. Sul fronte della scrittura vera e propria, il recensore incontra un ambito più insidioso, data la sottigliezza e varietà di ispirazione del nostro oriundo torinese, interessato sia all’inner space dei territori interiori (e allucinati) alla Ballard, sia alla space-opera più estrema come dimostra il suo ciclo I mondi della Corrente.
Una dicotomia niente male, con qualche fondamentale tratto in comune. Descrivere universi ambigui e sfumati, popolati (nel caso del filone sf) da affascinanti creature ibride uomo-animale, da pianeti in cui scienza e poesia si incontrano, da riflessioni sull’umanità ricche di tensione etica.
In tal senso, è assolutamente causale e non causale, il fatto che nel 2002 Massimo Citi abbia vinto la seconda edizione del premio Omelas- La Fantascienza per i Diritti Umani con il suo racconto Il perdono a dio. E teniamo conto che è stato tallonato a una spanna di distanza da scrittori come Riccardo Coltri e il pluridecorato Alberto Cola, mica pennivendoli qualunque.
Già vi pizzicano le dita per la curiosità di sfogliare queste pagine, nevvero?
Fate bene. Avete capito che i nomi non mentono.
E’ la stessa osservazione che deve aver fatto Stanislaw Lem quando si chiese se fosse il caso di cercare lavoro alla Nasa o mettersi a scrivere fantascienza.
Pare che pubblicando Solaris abbia optato per la seconda.

 
 
FL: Lo scrittore, l’editore e il lettore Citi hanno gli stessi gusti letterari? C’è qualcosa che ti piace leggere ma che non scriveresti o pubblicheresti mai?
 
MC: Difficile dire "mai" in questi casi. Diciamo che esistono gradi diversi di antipatia e di simpatia, per arrivare da una parte all'intolleranza e dall'altra alla più pura gioia. Uno scrittore è pienamente felice, diceva(mi pare) Proustnon quando ha la possibilità di parlare male di qualcuno, ma piuttosto quando gli capita di leggere e apprezzare profondamente un altro autore...
Ovviamente (e purtroppo) scrittore, editore e lettore ho/hanno gusti molto simili.
Spiegare in poche parole di che cosa si tratta non è facile. Diciamo che apprezzo/detesto alcune caratteristiche molto disparate. Dal che si capirà, temo, che non ho un un punto di vista definitivo e ben mirato sulla narrare. Un brutto difetto vista la mia non più tenera età.
Mi piacciono gli autori vivaci - ma che non siano invadenti. Chi sa descrivere un luogo, un paesaggio, una situazione soltanto con poche, nitide parole e chi sa condurre una situazione tesa e drammatica mantenendola sul filo sottile del possibile senza capitombolare nell'involontario comico o nel massacro. Non amo chi si sa beffe dei propri personaggi senza un valido motivo o chi li mette alla berlina soltanto per suscitare il ghigno malevole del lettore. Non amo chi vuole impressionare il lettore con giochi puerili (i puntini di sospensione, il ricorso esagerato al ritorno a capo ecc.), chi fa uso di uno stile inadatto all'ambientazione e ai personaggi scelti, chi vuole (vorrebbe) imitare il linguaggio quotidiano facendo un uso esagerato del turpiloquio. Chi vuole convincermi di una tesi - anche di una che condivido -, chi scrive nell'italiano piatto e incolore del "traduttorese", chi - nell'ambito del fantastico - non si rende conto che un ritmo di narrazione ben condotta vale la metà di un testo... Potrei continuare ancora, ma preferisco fermarmi. Sono tutti difetti, comunque, che in primo luogo censuro in me stesso e in ciò che scrivo. Mi rendo conto che mi mi legge sta pensando che, probabilmente, scrivo 100 pagine per tenerne due o tre. No, non è così. Le mie inibizioni sono talmente potenti che mi capita raramente di fare profonde revisioni ed eliminare intere pagine. La realtà è che ci metto una mezza giornata per scrivere una pagina.
Curioso, comunque, che non ci sia praticamente nulla che mi piaccia ma che non pubblicherei. O, in alternativa, qualcosa che non mi piaccia ma che pubblicherei.
È evidente che c'è qualcosa di sbagliato in me, temo.
Il problema maggiore non è tanto il gradimento di ciò che leggo ma la possibilità di trasmettere tale convinzione al lettore e inserire il testo in una collana che lo valorizzi. Essendo editori grossi come una formica (piccola) non abbiamo molta scelta per le collane.
 
 
FL: Nella tua prosa più fantascientifica si sposano suggestioni esotiche e atmosfere alla Vance o Cordwainer Smith, incrociate a strutture narrative fortemente razionali degne di un Clarke. Su un altro versante, sposti l’attenzione su di uno “spazio interno” implosivo e ossessivo degno del miglior Ballard. Come collocheresti la tua produzione, dovendola per grandi linee inserire in un genere? “Zig-zag Fiction”?
 
MC: Zig-zag Fiction è perfetto.
In alternativa proporrei "racconti dell'Altrove". "Altrove" è sf ma anche l'Inner space ballardiano. O, semplicemente, l'altro lato della collina che NON riuscivi a vedere alla finestra da bambino.
Una volta detto questo e spiegato al gentile lettore che tutti i maestri citati - al quale aggiungerei per profondo debito Iain M. Banks - hanno purtroppo poco a che fare con sottoscritto, confermo che una certa mania per la razionalità - o meglio per la linearità - delle vicende, mi perseguita. Parlando di fantascienza, un racconto o un romanzo per me sono "operazioni" al termine delle quali l'energia del mondo narrato è mutata in maniera rigorosa e prevedibile. Come accade nell'ultima mia cosa, se c'è stato un delitto (anche se il romanzo non è un giallo) la condotta del colpevole deve risentirne profondamente. Una sommossa, un evento di qualsiasi genere comporta ripercussioni e conseguenze che devo tentare - ovviamente - di costruire, seguire, raccontare cercando di non trascurare nulla ma anche, possibilmente, di sorprendere il lettore. Questo naturalmente rende ciò che scrivo piuttosto complesso ma mai, mi auguro, gratuito. Parrebbe che la mia produzione non-sf segua altre regole, ma non è così. Un racconto come "Linea di confine" in apparenza mette in scena un fallimento esistenziale, ovvero una sconfitta definitiva per il protagonista, ma in realtà ciò che egli ha perduto è il rapporto con il "nostro" mondo, barattato con quello con un mondo "altro" (della cui esistenza il lettore è informato). Al termine del racconto l'energia ha mutato la sua spinta e la sua direzione ma non è affatto scomparsa.
Dovrei, a questo punto, aggiungere "a somma zero", ovvero "Racconti dell'Altrove a somma zero" ma la definizione rasenta o forse sprofonda nel ridicolo ed è meglio lasciar perdere. Va benissimo "Zig-zag Fiction".
 
 
FL: Essere sposato con una scrittrice brava e originale come Silvia Treves vuol dire avere un editor nella manica. Sei sempre d’accordo con i suoi giudizi?
 
MC: Praticamente mai. E ogni volta sono litigi e discussioni senza fine. Il guaio è che Silvia nove volte su dieci ha ragione e io sono irritatissimo per non aver notato ciò che lei, gentilmente, mi mostra. Naturalmente il parere di Silvia è preziosissimo e effettivamente averla accanto è un terno al lotto settimanale. Ma, per onore del vero e per maligno gusto, aggiungerò che certo, Silvia scrive meravigliosamente lasciandomi sorpreso in pratica sempre, ma cucina maluccio ed è perennemente in ritardo. Nel tempo passato ad aspettarla da quando la conosco avrei potuto scrivere un altro romanzo o un'antologia.
 
 
FL: Qual è il sogno nel cassetto più ambizioso della CS_libri? Sfoderare un nuovo Harry Potter e svignarsela miliardari ai Caraibi, oppure sbarcare all’estero con un edizione International di Alia e continuare a far vacanza in Val di Susa?
 
MC: La seconda, naturalmente.
Non certo perché sono ricco, ma semplicemente perché sono incapace di riconoscere un best-seller. E le possibilità di fare di ALIA un best-seller, anche all'estero, mi sembrano ancora un po' scarse. Ma non mettiamo limiti alla provvidenza...
 
 
LINK CONSIGLIATI:
http://www.arpnet.it/cs/
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martedì, 27 ottobre 2009

INTERVISTE-STARNUTO # 15 - Quattro domande a FREDDY BOZZO

INTERVISTE-STARNUTO # 15 - Quattro domande a FREDDY BOZZO
 
m_freddy 
ROAST BIFFF AL SANGUE
 
Atomium, Fumetto, Surrealismo, quante suggestioni immaginifiche concentrate in una sola città. Niente di più logico che proprio a Bruxelles sia nato uno dei festival più folli e “sanguinolenti” del mondo, in questo strano paese sdoppiato nel volto e nel linguaggio.
Come racconta l’artista/scrittore Giovanni Buzi in un reportage apparso sul n. 11 della rivista Writers Magazine Italia, a occhi aperti, la città mostra la facciata solida e quadrata delle sue istituzioni (come il Consiglio dell’Unione Europea), a occhi chiusi mostra quella visionaria della grande pittura, espressa con pari energia dal gruppo Cobra, da Magritte, Delvaux e, prima di loro, da quel macabro satiro di Ensor.
Un ambiente dagli umori insoliti sembra essere un ottimo terreno per produrre frutti insoliti. Nel lontano 1983, quindi, un gruppo di giovanotti pieni d’idee ed entusiasmo si guarda intorno e decide di creare una rassegna cinematografica molto diversa da quelle ufficiali. Sono Freddy e Annie Bozzo, Gigi Etienne, Georges Delmote e Guy Delmote.  
E’ in questo modo che è nata la Peymey Diffusion, l’organizzazione destinata negli anni ad attrarre sostegni e patrocini più di un buco nero affamato di astronavi e pianeti sfigati. Ed è grazie ad essa che vede la luce il Brussels International Fantastique Film Festival, noto al suo scalmanatissimo pubblico come BIFFF.
Come trasmettere l’idea della goliardia, del tifo animato e della vitalità di questo festival? Basti ricordare solo che nel ’91 il nostro Freddy non ha esitato a travestirsi da donna cinese per presentare al pubblico il film di Ching Sin-Tung. Altro che abito da sera!
D’altra parte, questo folle scugnizzo del nord e la sua cricca, sono gli stessi che nel ’93 hanno “profanato” il simbolo della città, la statua di Manneken Pis, travestendola da vampiro per pubblicizzare il festival.
Tutto ciò potrebbe far credere che il BIFFF sia giusto un ritrovo per studentelli dall’ormone tempestoso, dimenticando la grande importanza assunta dalla rassegna in un ventennio di attività. Proiezioni di oltre 150 film (tra i quali numerose anteprime internazionali), ospiti di enorme rilievo, mostre, concorsi di make-up speciale, sfilate, il clamoroso Ballo dei Vampiri conclusivo e un concorso che ha premiato con il Corvo d’oro registi di tutto il mondo, tra i quali ci sono anche i nostri Peter Del Monte nel ’86 e Pupi Avati nel ‘98.
Un piatto estremamente ricco, diremmo.
E l’espressione non è fuori luogo, poiché durante una visita all’undicesima edizione del festival, Monsieur Bozzo ha dato prova di saperci fare in cucina deliziando il regista Fioravante Rea e il sottoscritto con un memorabile “spezzatino alla birra”.
Come sorprendersi di simili epifanie in una città come Bruxelles, patria perfetta per un viaggiatore giramondo come Freddy, animatore/agitatore culturale, enfant terribile e maestro di cerimonie?
Vale la pena assaggiare la sua portata e far cantare le forchette.
Zombies e Licantropi potrebbero storcere il naso, ma a loro si sa... la carne piace al sangue.
  Manneken Pis
  
FL: Prima della nascita del BIFFF, esisteva già una tradizione legata al fantastico a Bruxelles, oppure la vostra iniziativa ha rappresentato una novità assoluta?
 
FB: Sì, dai “tempi andati” il Belgio in letteratura (si pensi aJean Ray, Thomas Owen, Amélie Nothomb….), pittura (già con Hyeronimus Bosch, Magritte, Delvaux…), teatro (Michel de Ghelderode…), cinema (Harry Kümel…) e naturalmente il fumetto (Sokal, Schuiten, Hergé, Jacobs, Servais…) ha partecipato e reso popolare nel mondo l’aspetto surreale, magico, fantastico della nostra cultura e del nostro patrimonio.
Caccia alle streghe, sortilegi, malefici, hanno disseminato (ancor oggi e da sempre) le nostre campagne. E quindi il cinema è un buon modo per continuare questa “tradizione“ ancorata alla superstizione e alla curiosità popolare.
Anche nell’architettura, nella lingua, ci sono tracce evidenti di questo aspetto che caratterizza la nostra storia e tutto ciò è arricchito dall’apporto dell’immigrazione con il suo bagaglio culturale.
In questo miscuglio di culture che si traduce in tutte le forme artistiche, dunque... mancava, nel 1982, un festival di genere che gli facesse onore.
Non era una novità in sè, ma presentarlo sotto questo aspetto festoso, didattico e di mélange artistico, era una cosa inedita.
 
 
FL: Fumetto & Festival, un matrimonio che dura da sempre. Tra i grandi illustratori che hanno siglato i vostri manifesti, abbiamo visto tutto il pantheon del fumetto franco-belga e anche la presenza di qualche italiano, come Guido Buzzelli. Quali novità sono in preparazione per il futuro?
 
FB: In Belgio siamo storicamente legati ed abbiamo “evoluto” una tradizione di creatori e lettori di fumetto e la nostra galleria comprende soprattutto francesi e belgi, gente come Marini, Bilal, Rosinski, etc. sono artisti che hanno apportato la loro cultura di altri paesi ed è questa diversità di stili che esalta lo stesso spirito (apertura all’immaginazione) che ci ha sedotto ed è diventata il nostro marchio d’immagine.
 
 
FL: Nel corso dei vari anni, hai avuto modo di conoscere personaggi leggendari del cinema, come il mitico Vincent Price. Tu che sei stato a casa sua in California, puoi rivelarci se la sua villa fosse il bric-a-brâc del cadavere che tutti immaginiamo, o si trattava della solita baracca hollywoodiana da 50 stanze?
 
FB: Effettivamente, da 28 anni ho visto sfilare e ho potuto apprezzare numerosi artisti, delle “leggende”, altri che lo sono diventati, altri sempre talentuosi ma rimasti nell’ombra, ma sempre con una straordinaria personalità. Robert Wise, James Coburn, Roger Corman, Christopher Lee, Freddie Francis, Robert Englund, Ringo Starr, Terry Gilliam, Peter Fonda, Richard Fleischer, Jude Law, Alejandro Jodorowski, H.R. Giger, David Cronenberg, Anthony Perkins, Ken Russell, Rod Steiger, Bernard Werber, Oliver Reed, Henri Verneuil, Chrisopher Lloyd, Dany Boyle, John Badham, Luc Besson, Rick Baker, Dario Argento, Alan Parker...
Vincent Price era e resterà sempre un grande per il suo talento, la sua disponibilità e modestia, ma anche un uomo molto “solo“, circondato dai suoi cani, appassionato della grande arte (come la sua collezione di quadri di valore), un poeta, colto, sempre rimasto umile.
Viveva in una grande villa con numerose stanze ben arredate e curate, un piacere per gli occhi, oggetti che sono pieni di cose da raccontare, una casa tranquilla su di una collina hollywoodiana, un miscuglio di castello e boutique di curiosità, un gran signore rispettoso e rispettato che è uscito di scena “senza disturbare“.

Freddy e Vincent
  
FL: Un aspetto pittoresco e celebre del BIFFF è il Grand Bal des Vampires conclusivo. Qual è l’edizione più pazza in assoluto che ricordi? Per ogni evenienza, consiglieresti agli ospiti di usare deodorante all’aglio?
 
FB: Quasi ogni edizione del Bal de Vampires  si svolge in un luogo insolito, differente, con gente che accorre come a un rituale, una grande messa pagana, dove voluttà, colori, luci, si mescolano e si scatenano su di una musica d’oltretomba.
I personaggi incarnati dalla gente diventano reali.
Il più straordinario si svolge così, prima e dopo nelle strade dove la gente travestita incuriosisce i passanti.
Zombies, mutanti, fate o altre mostruosità rivaleggiano per ingegnosità e mettono a soqquadro il quotidiano.
Ogni anno è la sorpresa, IL rendez-vous della notte, soprattutto non bisogna mettere deodorante all’aglio, i nuovi vampiri oggi l’adorano e quelli vecchi sono troppo attaccati alle loro abitudini di buoni pranzi all’italiana (che sarebbe la pasta senza aglio!!!).
 
(Traduzione dal francese di Nadia De Pascale)
  
LINKS CONSIGLIATI:
http://www.gentedirispetto.com/audio//
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sabato, 24 ottobre 2009

LA SINDROME DI JOHANSON

LA SINDROME DI JOHANSON
 
 

In questi giorni piovosi il tema del lavoro ci attanaglia particolarmente. Il curatore del blog annaspa dietro impegni soverchianti, le interviste raccolte si accumulano in attesa di pezzi introduttivi (ancora in alto mare) e il Ministro Tremonti a sorpresa ci tesse l’elogio del posto fisso. Già, proprio come se improvvisamente il dottor Lecter ci venisse a consigliare i benefici della dieta Vegana. Insomma, in questo clima variabile tendente al burrascoso, ci è sembrato il caso di accendere i riflettori (vedi le lampade a risparmio energetico) per presentare un blog molto istruttivo che di lavoro se ne intende. Per essere esatti, s‘intende di ricerca del medesimo.
E’ scontato affermare che, dato l’argomento, il suo curatore debba grondare di molto sense of humour, per cui nei post amaramente esilaranti di Ambosessi cercasi  il lettore verrà iniziato da Johanson alle gioie della disoccupazione e a quelle del suo sport elettivo: la caccia al “posto”.
La savana della disoccupazione è ricca di annunci improbabili, requisiti impossibili (“Azienda avviata cerca Superman - astenersi  comuni mortali e soggetti allergici alla Kriptonite”), colloqui fitti di dialoghi degni di Eugene Jonesco.
Che diavolo fare, se non si vuol cominciare a flirtare con la canna del gas? Il buon Johanson reagisce ponendosi un sacco di domande intelligenti e così facendo ci ricorda di tenere gli occhi spalancati sul limbo che accoglie chi abbia perso l’impiego.
Da quelle nebbie non sai mai cosa possa sbucar fuori.
 
http://ambosessicercasi.splinder.com/
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martedì, 20 ottobre 2009

LA ZONA MORTA E' VIVA E VEGETA

LA ZONA MORTA E' VIVA E VEGETA

 
Il nostro amico Davide Longoni ci ha segnalato l'uscita di un nuovo numero della sua rivista dedicata al fantastico e l'horror. Non possiamo che esserne felici e riportarvi la notizia con mucho gusto (e Mucho mojo, Joe Lansdale capirà), mentre proseguono i lavori di traduzione e preparazione delle solite interviste-starnuto. Prossima uscita: il belga Freddy Bozzo  che ci parlerà del Bifff, di vampiri danzanti e di altre amenità.  



IL SITO LA ZONA MORTA.IT
PRESENTA
LA ZONA MORTA MAGAZINE
 
RIVISTA TRIMESTRALE DI
HORROR, FANTASCIENZA, FANTASY, MYSTERO
E TUTTO CIO’ CHE E’ FANTASTICO
NELLA MIGLIORE TRADIZIONE DELLA ZONA MORTA.
 
DOPO IL SUCCESSO
DEL NUMERO ZERO E DEL NUMERO UNO
 
ARRIVA
IL NUMERO DUE
 
 
NEL NUMERO DUE:
LE NUOVE FRONTIERE DELL’HORROR ITALIANO CON SALVATORE ROSARIO DI COSTANZO, GLI ANIMALI SI RIBELLANO ALL’UOMO, L’HORROR SPAGNOLO DI VICK CAMPBELL, UN NUOVO APPASSIONANTE EPISODIO DI “CLELIA & WILLELM”, I RACCONTI FINALISTI DEL “II TROFEO LA CENTURIA E LA ZONA MORTA”… E MOLTO ALTRO ANCORA!
 
DISPONIBILE SUL CIRCUITO LULU.COM: http://www.lulu.com/content/7615933
 
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giovedì, 15 ottobre 2009

PROVACI ANCORA STAN (e continua così, please!)

PROVACI ANCORA STAN (e continua così, please!)





 
La blogsfera è un fantastico calderone di parole dietro le quali si nascondono o si espongono persone e le idee anche più assurde trovano il loro palcoscenico naturale. Non solo diari pubblici, quindi, ma anche croccanti realtà letterarie molto piacevoli da scoprire.
E’ per questo che “Plas-seggiando” sul web in cerca di qualcosa che ci facesse sorridere ci siamo imbattuti in un sito della community di Splinder che ci ha lasciato di stucco più di un puttino barocco placcato in foglia oro.
Si tratta di Stanlaurel – da domani si volta pagina.  Già deliziati di trovare un epigono del grande e sublime Stanlio, ci siamo tuffati con molte aspettative a leggerne le pagine. Dalle prime battute (è il caso di dirlo) il sito ci aveva subito intrigato, portandoci a scoprire un mondo delizioso fatto di grande arguzia e stile. Riflessioni, lacerti poetici ferocemente clonati dai canoni più nobili e restituiti in mutande al ridicolo, micro-racconti fatti di dialoghi serrati che precipitano nel baratro dell’assurdo,
 Vale la pena fare un giro tra le pagine dei “pensieri spettinati” di Stanlaurel, un autentico concentrato di umorismo intelligente, non-sense, acrobazie linguistiche e poesia surreale. Frugando tra i suoi link, si potrà scoprire anche che il western è vivo e in salute, come insegna l’altro blog Stanlaureliano - Santanna,dal sottotitolo: Quando un uomo incontra un pistola gli spara .
Noi per la nostra colazione amiamo imburrare fette di humour. Assaggiatele e diteci se queste pagine così fragranti non fanno un bel crock …
http://santanna.splinder.com
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venerdì, 09 ottobre 2009

INTERVISTE-STARNUTO # 14 - Quattro domande a Eraldo Baldini

INTERVISTE-STARNUTO # 14 - Quattro domande a Eraldo Baldini

 

Eraldo Baldini

 

incubi DI STAGIONE

Un libro dell’indimenticabile Achille Campanile riportava questo titolo: “In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto)”. Memento di ironie e arcadie perdute, sostituite oggi da inquietudini e minacce ambientali che hanno trasformato la nostra percezione della vita in un quadro parecchio più cupo e, soprattutto sfuggente.

A cavallo dei pesticidi e delle discariche abusive, Chtulhu e compagni hanno traslocato, andando ad occupare territori del nostro immaginario dove finora avevano regnato i tramonti di Segantini e le più prosaiche caprette di Heidi.

In campagna si nascondono cose che non vorremmo mai incontrare, ma che stanno là, ad attenderci, come il lato oscuro dei nostri pensieri.

Eraldo Baldini lo sa, e sa perfettamente come raccontarcelo con le sue storie che affondano nelle radici rurali del nostro mondo. Un passato incistito di incubi. Semi ben sotterrati di paure che appena fuori città, la notte, assumono forza e consistenza e vagano nei campi di grano, animando segretamente processioni che scivolano nel blasfemo, fino ad esplodere nel caos.

Verrebbe voglia di restarsene a casetta propria, con 2000 watt di alogene accese in ogni angolino ombroso e il breviario del provetto esorcista sotto al cuscino...

Nonostante ciò, noi amiamo frequentare queste paure. Appartengono a un passato arcaico che nella mente non è affatto perduto, nonostante la civiltà faccia di tutto per farcelo dimenticare, e la maestria di Baldini è quella di mettere in luce (perdonate l’ossimoro) le sue ombre.

Raffiche di titoli, tra antologie come la celebre Gotico rurale  o Bambini, ragni e altri predatori e numerosi romanzi, gli hanno permesso di coniugare la sua preparazione di antropologo (partita con un solido retroterra di produzione saggistica) per metterla al servizio di storie appassionanti.

Buon per noi lettori. La sua avventura letteraria è partita nel ’91 vincendo il Mystfest di Cattolica col racconto Re di Carnevale e da lì è filata liscia e veloce, arrivando con disinvoltura a sconfinare in ambiti diversi come il teatro o la narrativa per ragazzi. Già, perché nel 2001 Eraldo Baldini ha sfornato per la Disney un romanzo con protagonista  nientemeno che Topolino.

Dire “eclettico” non basta.

Ma il richiamo della terra (e del sangue) si fa sentire, dando voce nel 2006 al romanzo Come il lupo, una storia dove tutti i temi cari al nostro seminatore di incubi tornano a mescolarsi e le vallate riprendono le loro attività appartate e tenebrose. Molto tenebrose…

Allora, vi è passata la voglia di andar a comprare pollastri ruspanti e verdurine di stagione dal contadino fuori città? Sì, proprio quello col forcone arrugginito, stranamente incrostato di grumi rossastri, che conserva feticci di paglia dall’aria sinistra?

Di certo non potrebbero essere più innocui, lui e la sua comunità nascosta, dimenticata dal tempo. Quella luce maligna negli occhi che ha è solo suggestione…

E anche buio. E qualcosa che non fa dormire la notte, ansimando nei nostri ricordi come gli orchi delle favole più tetre.

Forse stasera è il caso di lasciar perdere le favole della nonna.

E sul comodino, teniamola pure accesa quella alogena… non si sa mai.

 

bambiniG

 

 

FL: Il “Male” che rappresenti nelle tue storie sembra essere un’entità a volte naturale, a volte incomprensibile, ma sempre alternativa alla nostra visione dell’esistenza. Questa interpretazione può essere credibile soltanto calata in un contesto rurale, oppure potrebbe funzionare anche in una metropoli?

 

EB: Forse potrebbe trattarsi di un concetto e di un approccio estendibili, persino universali, ma io mi limito a scrivere del contesto psicologico, storico e culturale che conosco, cioè quello rurale. E’ proprio nella cultura contadina, basata su bisogni e su elaborazioni ataviche, che natura e sopranatura si confondono a delineare un quadro terribile di forze capaci di accanirsi contro l’uomo. Forze che vanno temute e rispettate, e con le quali si può cercare una mediazione solo attraverso il rito, quindi creando forme suggestive di “religiosità”

 

 

FL: Il tuo racconto che ritieni più spaventoso (nella mia top ten personale metterei l’inquietante “Foto ricordo”) drammatizza in forma letteraria delle vere paure e ossessioni personali?

 

EB: Le mie paure risentono in modo notevole di un’infanzia vissuta negli anni Cinquanta in un casolare di campagna, quando ancora il mondo delle superstizioni e delle leggende più oscure faceva registrare una presenza invadente e quotidiana. Poi, è chiaro, ognuno elabora in modo molto personale i propri incubi e le proprie ossessioni.

 

 

FL: Nello scrivere, nasce prima l’orrore e poi segue la sua cornice di ambientazione, oppure sei ispirato dal contrario? In tal caso, che razza di vicinato hai?

 

EB: L’orrore e il contesto in cui nasce e si colloca sono elementi profondamente legati l’uno all’altro: ogni ambiente naturale ed umano, ogni contesto, ogni epoca partorisce i propri “mostri”, che forse non potrebbero nascere al di fuori di quella cornice. Dunque le due cose vanno viste e raccontate insieme, e forse vengono anche “pensate” insieme.

 

 

FL: Affinità letterarie. Quanto c’è di formazione antropologica e quanto di influenza prettamente fantastica negli ingredienti della tua narrativa?

 

EB: La mia formazione di studi in antropologia mi ha consentito di approfondire ed elaborare le conoscenze dirette del mondo dell’immaginario rurale che ha accompagnato la mia infanzia: un mondo pieno di suggestioni, di timori e di misteri sui quali è viene facile e conseguente far germogliare la fantasia.

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martedì, 06 ottobre 2009

FANTASMI PARTENOPEI

FANTASMI PARTENOPEI
  questi fantasmi
Tutto si può dire di Napoli, tranne che sia una città-fantasma. Popolata e caotica com’è, sovreccitata da un consumismo tutto contemporaneo, la città offre da secoli un esempio quotidiano di “qui e ora” alieno a qualsiasi rapporto con altri mondi, sia in senso geografico che metafisico.
In apparenza, almeno.
A questa natura spiccia, animata da un secolare istinto di sopravvivenza, ha sempre fatto eco una coabitazione con il passato che non si è mai limitata al calpestare antichi suoli e occupare edifici carichi di storia.
Napoli pullula di fantasmi. I ricordi e l’insistita ritualità dei napoletani ne sono la testimonianza. Ogni suo angolo parla di eventi lontani mal digeriti dal presente, di nostalgie impossibili e di un abisso sempre spalancato in cui il tempo scivola, perde senso, diventando un rassegnato passeggero di questa città.
Sembra un’esagerazione? 
Niente affatto. L’idea dell’eterno ritorno, la regressione infinita postulata da J. W.Dunne si esprime in vernacolo e ripete il suo copione incessantemente, poco importa se a interpretarlo siano attori vivi o morti. L’importante è la circolarità, l’eterno ripetersi della recita che è stata (o che sarebbe potuta essere), un concetto ripreso in 17 varianti dagli autori di Questi Fantasmi…,l’antologia curata da Giuseppe Cozzolino per la Boopen Led edizioni.
Tempo e spazio si fondono nei quattro itinerari cittadini che offrono una singolare guida del soprannaturale, impreziosita da un intervento di Maurizio Ponticello eguidata con sapienti notazioni storiche dal suo curatore/Virgilio.
Si parte dai confini del Centro Antico in Via Carbonara (17, ovviamente), per terminare con una puntata nel monumentale Palazzo Reale di Piazza del Plebiscito.
In mezzo agli strati di questa topografia della memoria, passeggiando in carrozza o in groppa a una più prosaica moto, si potrà incontrare la Storia insanguinata della città, le sue ossessioni, i suoi crimini taciuti e quelli espliciti in un percorso infestato dagli esponenti di un Aldilà poco disciplinato, pronto a irrompere drammaticamente nelle faccende umane. 
Che siano trattati con il piglio lucido e duramente cronachistico del giallista (vedi i racconti di Luciana Scepi, Ugo Mazzotta, Diana Lama, Renata Di Martino), oppure con lo stile convulso di autori come Ugo Ciaccio, ottimo interprete del volto allucinato della metropoli, i nostri coinquilini-fantasma scalpitano per rivendicare spazi e dignità. Lo conferma la rabbia omicida di Giuditta Guastamacchia, ben descritta da Bruno Pezonenel suo racconto dalle atmosfere classiche ma calate nelle maglie di un’attualissima e vacillante macchina giudiziaria. Lo gridano le donne vilipese descritte da Monica Zunica e Simonetta Santamaria,mentre le “fantasmatiche” ombre del cinema muto rimandano echi di un’infamia senza tempo nella Napoli raccontata da Sergio Brancato.
Sono molte le sfaccettature di queste narrazioni, tanto da comprendere moderni flash, ritmati e visuali come un telefilm (“La carrozza” di Giuseppe Cozzolino), o persino intermezzi grotteschi in puro stile Soliti Ignoti (“Il restauro” di Francesco Velonà).
Questi Fantasmi apre le sue pagine con la cronaca di un reportage giornalistico e le chiude tra le ombre della Biblioteca Nazionale. Coincidenza o sottile provocazione?
In fondo, la parola scritta e le sue infinite storie cos’altro sono se non un metaforico covo di spettri...
 
Fabio Lastrucci
 
Per maggiori informazioni:
http://www.facebook.com/group.php?gid=91610531103&ref=mf
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venerdì, 02 ottobre 2009

INTERVISTE-STARNUTO # 13 Quattro domande a Danilo Arona

INTERVISTE-STARNUTO # 13 Quattro domande a DANilo Arona
 
Arona1
 
THE ROCK (CHE NON DISDEGNA IL ROLL)
 
 Se avvistate una roccia imponente e solida che torreggia nelle topografie del fantastico, pochi dubbi, potreste esservi imbattuti in Danilo Arona. Non fraintendeteci, con questo non vogliamo affermare che Arona sia la risposta piemontese a Myke Tyson, piuttosto ci sembra carino definirlo con un parallelo ad alto profilo geologico.
Scrittore e giornalista. Critico cinematografico e letterario. Autore di noir, horror e infine musicista. Danilo Arona è tutto questo ed altro ancora. Praticamente rappresenta un’entità geografica, una roccia che funge da indicazione ai pellegrini della pagina stampata. 
I suoi articoli sono disseminati su una lista di testate poco meno affollata del collocamento di Bombay. Per limitarci al campo fantascientifico ricordiamo le storiche, “Curtoniane”, Robot e Aliens, per approdare poi in tempi più recentia Carmilla,capitanata da Valerio Evangelisti. Inoltre suoi interessanti contributi sono apparsi su riviste come Focus, Cinema & Cinema, Primo Piano.
E la saggistica?
The Rock non ha perso tempo scrivendo preziose guide al cinema fanta-horror e monografie su registi come Wes Craven e sul cinema tratto da Stephen King. Con un eclettismo e un’energia creativa davvero vulcanica si sono moltiplicati anche i suoi reportage sugli aspetti inquietanti della nostra realtà, sulle leggende metropolitane e il satanismo, oltre a studi su simpatici demonietti mesopotamici come il Pazuzu de L’OMBRA DEL DIO ALATO(Tropea Editore 2003). Della serie: Dylan Dog, cambia mestiere!
Appare evidente che la veduta su cui affaccia la nostra Rocca è ancora ampia da circoscrivere, per cui bisogna armarsi di zaino e scarponcini per fare trekking tra i suoi mille sentieri narrativi, i boschi fitti di racconti, le impervie pareti fatte di libri che sormontano altri libri come La croce sulle labbra, L’estate di Montebuio, Santanta, Il vento urla Mary.
E alla fine del percorso, quando cala la sera, il viaggiatore si accampa e delle note di chitarra prendono a echeggiare nel crepuscolo. Non sorprendetevi troppo.
Danilo Arona cambia la diteggiatura e dalla tastiera del PC passa a quella della Fender. I brividi letterari lasciano posto a note da paura… come dicevamo, the Rock non disdegna affatto il Roll…
 
 
 pazuzu_danilo_arona 
 

 
FL: E´ passato qualche anno dall´uscita del tuo bellisimo saggio Satana ti vuole, edito da Corbaccio. A distanza di tempo, quali nuovi capitoli aggiungeresti per un´edizione 2009?

DA: Beh... direi che la cronaca ci ha messo del suo da allora. Il processo a Dimitri, le Bestie di Satana, diversi fatti di ambigua interpretazione sparsi qua e là in Europa e un numero incredibile di sparizioni da far tremare i polsi anche ai più scettici.... Ovvio che su queste ultime non so se e quanto c'entri il satanismo... Il fatto è che, oggi come allora, il satanismo è un pianeta fumoso con tanti spazi vuoti che l'immaginario collettivo riesce a colmare con una certa facilità. Il fenomeno esiste, ovvio, e ha una sua valenza "cultuale", ma da qui alle ipotesi degli anni Ottanta sul network criminale planetario ancora ce ne passa... Sicuro, abbiamo avuto il terribile caso delle Bestie di Satana. L'ho seguito soltanto sui giornali e francamente mi sembra una storia di follia collettiva con l'aggravante delle droghe pesanti. Anche perché i protagonisti, per come si esprimevano in televisione o sui giornali, parevano analfabeti, per non dire di peggio... E il satanismo rituale, è un
dato di fatto, richiede un approccio culturale di grande livello. E una frequentazione esoterica di lunghissimo corso. Vorrei comunque tranquillizzarti: non ci saranno altre edizioni di "Satana ti vuole"... Quel libro, né a me né a Gian Maria Panizza, ha fatto molto bene. Energeticamente ci ha prosciugati. E questo, se vuoi, resta un indizio di come certe forze "sottili" esistano sul serio e agiscano di conseguenza.
 
 
FL: Scenari letterari. Riesci a raccontare con altrettanta efficacia storie fantastiche di ambientazione sia piemontese che statunitense. Merito di tanta immaginazione o conosci gli USA come la Torino-Borgomanero?
 
DA: Non conosco affatto gli USA, a parte Miami. Molta immaginazione e gli strumenti tecnologici offerti dalla rete sono gli strumenti di cui mi servo. Secondo me non serve altro.
 
 
FL: In quest´epoca di invasività e sovraesposizione mediatica, la provincia italiana ha ancora qualcosa di autentico da raccontare?
 
DA: Assolutamente sì. I misteri più intriganti della cronaca stanno in provincia, laddove si possono nascondere. Da anni in provincia di Alessandria sto seguendo una storia di "maledizioni" (diciamo così) di campagna, una serie incredibili di morti accidentali fuori statistica e fuori norma, al punto tale che in un piccolo cimitero della minuscola zona teatro degli eventi, nove defunti su dieci sono giovani sui vent'anni. Un'assurdità numerica con delle morti e degli incidenti che sembrano uscire da un sequel di "Final Destination", eppure stanno lì sotto il naso di tutti, e nessuno che "vede" l'anomalia... Ecco, questa è una storia di retroterra, impossibile in una metropoli. E, per il fatto che accada nella provincia più estrema, nessuno ne sa nulla... Ma il paradosso è che nessuno vuol saperne qualcosa anche in quella stessa zona!
 
 
FL: Molti scrittori usano ascoltare musica quando lavorano, per farsi suggerire atmosfere e tensioni. Tu che sei un musicista, quale colonna sonora usi per i tuoi libri (a meno che non preferisca il silenzio)? Quale vedresti bene abbinata alla tua narrativa?
 
DA: Chi mi legge con attenzione, sa che suggerisco sempre i pezzi da abbinare. In "Santanta" cito gli Eagles e gli America. Hendrix piove a dirotto in "Ancora il vento piange Mary". Nell'ultimo uscito, "L'estate di Montebuio" il gioco è ancora più scoperto: tutti i capitoli della seconda parte sono titoli di canzoni dei primi anni Sessanta... E poi, per musicisti e musicofili, in questo libro si trova un'assoluta novità: il rock'n'roll quantico... Purtroppo, per averne comprensione, serve leggere il libro. Mettersi comodi perché è un viaggio di 500 pagine, ma credo (spero) che ne valga la pena.


LINK CONSIGLIATI:
http://www.daniloarona.com/
http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002496.html
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giovedì, 01 ottobre 2009

UN ANNO DI PLAS


UN ANNO DI PLAS




 
Il blog personale del nostro socio Paolo Lastrucci compie un anno.
Un anno di PLAS pieno di aforismi, commenti caustici, arte approssimativa e spiccioli di saggezza stralunata.
Quale miglior modo per fargli gli auguri che andare a visitarlo? Vediamoci tutti da Plas:
http://plas.splinder.com
C'è da divertirsi...

 
 
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Nome: Associazione culturale
Viv'arte nasce da quattro soci fondatori uniti dalla passione per la cultura, intesa anche in senso non ufficiale e per l'arte in tutte le sue manifestazioni, senza specialismi di sorta. Attualmente contiamo oltre una decina di iscritti.


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I SOCI: Nadia De Pascale, Raffaella Gubitosi, Felice Pantini, Fabio Lastrucci, Annalisa Salzano, Franco Barca, Alessia Montefusco, Ennio De Pascale, Sara Miele, Annamaria Laneri, Maddalena Marciano, Paolo Lastrucci, Antonella Calabrese, Paola Mazzarelli, Massimo Bove
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