







INTERVISTE-STARNUTO # 14 - Quattro domande a Eraldo Baldini

incubi DI STAGIONE
Un libro dell’indimenticabile Achille Campanile riportava questo titolo: “In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto)”. Memento di ironie e arcadie perdute, sostituite oggi da inquietudini e minacce ambientali che hanno trasformato la nostra percezione della vita in un quadro parecchio più cupo e, soprattutto sfuggente.
A cavallo dei pesticidi e delle discariche abusive, Chtulhu e compagni hanno traslocato, andando ad occupare territori del nostro immaginario dove finora avevano regnato i tramonti di Segantini e le più prosaiche caprette di Heidi.
In campagna si nascondono cose che non vorremmo mai incontrare, ma che stanno là, ad attenderci, come il lato oscuro dei nostri pensieri.
Eraldo Baldini lo sa, e sa perfettamente come raccontarcelo con le sue storie che affondano nelle radici rurali del nostro mondo. Un passato incistito di incubi. Semi ben sotterrati di paure che appena fuori città, la notte, assumono forza e consistenza e vagano nei campi di grano, animando segretamente processioni che scivolano nel blasfemo, fino ad esplodere nel caos.
Verrebbe voglia di restarsene a casetta propria, con 2000 watt di alogene accese in ogni angolino ombroso e il breviario del provetto esorcista sotto al cuscino...
Nonostante ciò, noi amiamo frequentare queste paure. Appartengono a un passato arcaico che nella mente non è affatto perduto, nonostante la civiltà faccia di tutto per farcelo dimenticare, e la maestria di Baldini è quella di mettere in luce (perdonate l’ossimoro) le sue ombre.
Raffiche di titoli, tra antologie come la celebre Gotico rurale o Bambini, ragni e altri predatori e numerosi romanzi, gli hanno permesso di coniugare la sua preparazione di antropologo (partita con un solido retroterra di produzione saggistica) per metterla al servizio di storie appassionanti.
Buon per noi lettori. La sua avventura letteraria è partita nel ’91 vincendo il Mystfest di Cattolica col racconto Re di Carnevale e da lì è filata liscia e veloce, arrivando con disinvoltura a sconfinare in ambiti diversi come il teatro o la narrativa per ragazzi. Già, perché nel 2001 Eraldo Baldini ha sfornato per
Dire “eclettico” non basta.
Ma il richiamo della terra (e del sangue) si fa sentire, dando voce nel 2006 al romanzo Come il lupo, una storia dove tutti i temi cari al nostro seminatore di incubi tornano a mescolarsi e le vallate riprendono le loro attività appartate e tenebrose. Molto tenebrose…
Allora, vi è passata la voglia di andar a comprare pollastri ruspanti e verdurine di stagione dal contadino fuori città? Sì, proprio quello col forcone arrugginito, stranamente incrostato di grumi rossastri, che conserva feticci di paglia dall’aria sinistra?
Di certo non potrebbero essere più innocui, lui e la sua comunità nascosta, dimenticata dal tempo. Quella luce maligna negli occhi che ha è solo suggestione…
E anche buio. E qualcosa che non fa dormire la notte, ansimando nei nostri ricordi come gli orchi delle favole più tetre.
Forse stasera è il caso di lasciar perdere le favole della nonna.
E sul comodino, teniamola pure accesa quella alogena… non si sa mai.

FL: Il “Male” che rappresenti nelle tue storie sembra essere un’entità a volte naturale, a volte incomprensibile, ma sempre alternativa alla nostra visione dell’esistenza. Questa interpretazione può essere credibile soltanto calata in un contesto rurale, oppure potrebbe funzionare anche in una metropoli?
EB: Forse potrebbe trattarsi di un concetto e di un approccio estendibili, persino universali, ma io mi limito a scrivere del contesto psicologico, storico e culturale che conosco, cioè quello rurale. E’ proprio nella cultura contadina, basata su bisogni e su elaborazioni ataviche, che natura e sopranatura si confondono a delineare un quadro terribile di forze capaci di accanirsi contro l’uomo. Forze che vanno temute e rispettate, e con le quali si può cercare una mediazione solo attraverso il rito, quindi creando forme suggestive di “religiosità”
FL: Il tuo racconto che ritieni più spaventoso (nella mia top ten personale metterei l’inquietante “Foto ricordo”) drammatizza in forma letteraria delle vere paure e ossessioni personali?
EB: Le mie paure risentono in modo notevole di un’infanzia vissuta negli anni Cinquanta in un casolare di campagna, quando ancora il mondo delle superstizioni e delle leggende più oscure faceva registrare una presenza invadente e quotidiana. Poi, è chiaro, ognuno elabora in modo molto personale i propri incubi e le proprie ossessioni.
FL: Nello scrivere, nasce prima l’orrore e poi segue la sua cornice di ambientazione, oppure sei ispirato dal contrario? In tal caso, che razza di vicinato hai?
EB: L’orrore e il contesto in cui nasce e si colloca sono elementi profondamente legati l’uno all’altro: ogni ambiente naturale ed umano, ogni contesto, ogni epoca partorisce i propri “mostri”, che forse non potrebbero nascere al di fuori di quella cornice. Dunque le due cose vanno viste e raccontate insieme, e forse vengono anche “pensate” insieme.
FL: Affinità letterarie. Quanto c’è di formazione antropologica e quanto di influenza prettamente fantastica negli ingredienti della tua narrativa?
EB: La mia formazione di studi in antropologia mi ha consentito di approfondire ed elaborare le conoscenze dirette del mondo dell’immaginario rurale che ha accompagnato la mia infanzia: un mondo pieno di suggestioni, di timori e di misteri sui quali è viene facile e conseguente far germogliare la fantasia.


